La pulitura è una fase molto delicata per il ri...
a cura di Mauro Civai
Pur non essendo il frutto di un unico disegno progettuale la facciata del Palazzo Comunale ci appare, ora che il suo ciclo costruttivo è concluso, come una struttura omogenea e bilanciata nei suoi rapporti di volumi e di linee verticali ed orizzontali, scandita cromaticamente dai due principali materiali che la compongono: il cotto ed il calcare cavernoso.
Oltre a questi materiali, se ne trovano molti altri usati sia per fini decorativi che strutturali, tra i quali: la serpentinite per le balzane e gli archivolti, il marmo bianco per le colonnine, le mensole e i marcapiani, l’arenaria per gli stemmi medicei;
gli intonaci per i timpani delle trifore e la perimetrazione del monogramma di San Bernardino, oltre a vari tipi di perni in ferro, portabandiera, battenti, staffe ed altro ancora.
La grande quantità di materiali presenti sull’edificio e le innumerevoli problematiche connesse al loro grave stato di degrado, insieme alla consapevolezza dell’enorme valore artistico storico e culturale del monumento, hanno fatto si che si concentrassero intorno a questo intervento un gran numero di attività e studi, tutti finalizzati ad individuare lo stato del degrado del monumento.
Sulla base di queste analisi preliminari sono stati elaborati gli opportuni interventi per il necessario restauro conservativo passando dai vari livelli progettuali, dal preliminare all’esecutivo; quest’ultimo è stato diviso in due stralci funzionali. Tale decisione imponeva omogeneità di metodi e di procedure di intervento, così da garantire un risultato unitario in tutto il corpo di fabbrica. Obbiettivo non facile, raggiunto soprattutto grazie ad una coerenza progettuale e organizzativa portata avanti con convinzione nel corso dei due cantieri di restauro dal progettista e direttore dei lavori (il primo cantiere ha lavorato tra l’aprile 1998 e il giugno 1999, il secondo è iniziato nell’aprile 2000), che ha saputo anche dirigere una équipe di restauratori specializzati in grado di lavorare contemporaneamente in vari settori, dai materiali lapidei agli intonaci ai metalli.
Una prima scelta progettuale è stata quella di non limitare l’intervento al solo perimetro di proiezione della facciata, ma di comprendere anche le parti laterali di via Salicotto e via Duprè. Questo perchè per le condizioni di degrado delle superfici laterali basse (dove per il minor dilavamento era massiccia la presenza di croste nere), l’aver pulito e restaurato il fronte fermandosi sulle linee verticali degli spigoli d’angolo avrebbe tolto completamente la percezione tridimensionale dell’edificio schiacciando la facciata in un effetto piatto di quinta teatrale senza prospettiva facendola percepire come staccata dal restante corpo di fabbrica. Per lo stesso motivo fu previsto di intervenire anche nella parte bassa della torre, nel suo perimetro di collegamento al Palazzo fino all’altezza dell’orologio.
Ma al di là del fattore estetico, il potere accedere tramite il ponteggio a tutta la parte perimetrale bassa della torre, compreso l’angolo su via Salicotto avrebbe permesso di intervenire su quei settori di paramento murario che più di ogni altro sono interessati (per le fortissime sollecitazioni a cui sono sottoposti), da un articolato e grave quadro fessurativo.
Questo quadro può essere riassunto in questo semplice schema che ci fa intuire come si siano formate per schiacciamento le lacune alla base del fusto, e le altre fratture presenti sul paramento.
Una volta fatta questa prima scelta, ed aver definito le effettive superfici dell’intervento, sono state analizzare nel dettaglio tutte le varie problematiche che i differenti settori murari presentavano.
Le scelte successive, sempre nel rispetto dei valori storico-artistici del monumento, oltre che nell’eliminare gli effetti del degrado quali depositi atmosferici, croste nere, solfatazioni, depositi organici e biodeteriogeni, si sono indirizzate nel ridurre dove possibile le cause dello stesso, individuate precedentemente nello scorrimento differenziato delle acque meteoriche sulle superfici.
Per la pulitura delle superfici e l’eliminazione degli effetti del degrado sono stati utilizzati metodi meccanici e chimici, e fisico – meccanici come nel caso della tecnologia LASER.
L’utilizzo del LASER, inizialmente previsto nel progetto per alcune operazioni più delicate e contenute, è stato poi esteso a superfici più ampie per risolvere anche problemi legati proprio al tipo di cantiere. Le corse del Palio che si svolgono in Piazza portano infatti, per i cantieri che lì insistono, ad una programmazione del lavoro che vede l’intervento svilupparsi spesso a cavallo del periodo invernale e che è quindi condizionato da tempi brevi e dalle conseguenti basse temperature stagionali. La scelta dell’uso più esteso della tecnologia LASER, indirizzata comunque a zone omogenee del paramento, come le trifore in cotto, le colonnine in marmo e gli stemmi in arenaria, è stata decisiva per la riuscita dell’intervento.
Questa ha permesso, in periodi in cui non poteva essere usata acqua per la pulitura chimica, e nemmeno alcuni tipi di prodotto consolidante per le superfici più decoese, di eseguire una pulitura autolimitativa, discriminante e selettiva, conservando patine e colori presenti in alcuni casi sotto lo strato di crosta nera.
Una parte consistente degli interventi è stata poi quella eseguita per consolidamenti strutturali e superficiali.
Tra le varie problematiche affrontate finora, interessante è stata anche quella inerente al restauro dalla lupa in marmo presente sull’angolo destro del torrione centrale.
L’originale fu sostituita tra la seconda metà dell’800 e i primi del 900 (adesso si trova con la gemella, musealizzata all’interno del palazzo comunale); erano evidenti i segni di precedenti interventi tesi al suo consolidamento, come la messa in opera della pesante imbracatura che la legava tramite uno spezzone di binario di linea ferroviaria all’angolo del torrione.
Questo massiccio presidio montato a mensola angolare sulla schiena della scultura, non aveva in realtà che una ventina di centimetri di ancoraggio all’interno della muratura, così che il funzionamento strutturale del suo vincolo si era trasformato in una “ cerniera †aumentando la precarietà del sistema già sull’orlo del collasso. L’intervento strutturale, dopo una prima fase di indagini diagnostiche e di verifiche strutturali, ha permesso di eliminare, tutte le pesanti strutture metalliche messe in opera nel precedente restauro, non più efficaci se non addirittura negative, adottando una nuova soluzione meno invasiva e dannosa.
Altre situazioni critiche oltre all’esempio della lupa si sono riscontrate su tutta la fascia di beccatelli ed archetti pensili, e subito sopra nel coronamento delle merlature, anch’esse precarie perché rifatte sul piano inclinato delle falde dei tetti retrostanti.
Altri interventi sono stati quelli finali di patinatura e protezione.
La lettura delle tessiture murarie lisce del secondo piano aveva evidenziato, nelle malte costituenti i giunti, tracce di colorazione che sono state messe in rapporto alla allora volontà di dare alle diverse apparecchiature murarie un aspetto più uniforme. Si è quindi riproposto, nel rispetto anche dell’immagine unitaria ormai consolidata del monumento, di ridurre cromaticamente lo spessore dei giunti in malta eccessivamente alti (cosa questa già riuscita precedentemente prima nel cantiere studio e poi nel corso dei lavori del primo stralcio).
Questa scelta, tra le tante possibili, ha ricalcato ciò che in fondo è sempre stato fatto durante l’intera storia costruttiva della fabbrica.
Innumerevoli sono le attività svolte sull’edificio attraverso smontaggi, ricostruzioni e/o ampliamenti, che si sono concretizzate a livello di finitura nella ricerca della mimesi e nel raccordo cromatico tra le superfici di apparati murari che spesso non risultavano coevi.
Per le parti decorate dell’edificio nei confronti delle quali in passato era stata fatta una scelta cromatica diversa da come oggi ci appare, ma di cui se ne è trovata traccia sia a livello archivistico ed iconografico, sia in fase di indagini stratigrafiche e di pulitura, la prima scelta è stata comunque quella di registrare e di conservare ciò che era rimasto, anche se solo in traccia.
Successivamente in accordo con le competenti soprintendenze si è preferito, anche in sintonia con le precedenti scelte di presentazione estetica della facciata, non proporre ricostruzioni cromatiche non più coerenti con l’attuale assetto dell’edificio, ma che erano basate allora anche su differenti rapporti planivolumetrici.
Sempre in fase progettuale è stato previsto che a ponteggio montato, attraverso il supporto dell’immagine fotografica, fossero registrate in maniera più dettagliata tutte le informazioni rilevabili in sito.
E’ stata quindi eseguita la mappatura precisa e in scala adeguata dei vari tipi di materiali, del loro stato di degrado diviso in più tematismi, delle loro tecniche costruttive, di tutte le eventuali tracce di lavorazioni successive. Per ultima, durante l’intervento di restauro, la registrazione dello stesso.
Tutte le informazioni che è stato possibile registrare sia sulla storia costruttiva della Fabbrica che quelle sul degrado delle superfici, e quindi sui loro percorsi di invecchiamento, permetterà insieme all’analisi futura di altri fattori, di ristabilire una continuità conoscitiva tra la “vecchia Fabbrica†o vecchio cantiere ed il “nuovo†che esegue il restauro.
Questo, nelle nostre previsioni, ci aiuterà a predisporre un programma manutentivo che limiti i successivi interventi.
Proprio in previsione di una futura e periodica manutenzione, si sono predisposte alcune opere tese a rendere più economici questi interventi. È stato previsto per questo il montaggio di alcuni semplici ancoraggi che permetteranno in momenti successivi il fissaggio di ponteggi autosollevanti. Abbattendo i costi per le impalcature tradizionali si rende così meno oneroso e più credibile un futuro ed eventuale programma manutentivo.



